Talia e Melpomene

Adesso scrivo questa pagina di prova, l’ennesima, per vedere se sono valido oppure invalido a scrivere una paginetta senza mai fermarmi e come ausilio e training al futuro che verrà, sempre più scosceso e ardito mano a mano che l’età si dilegua e si giunge vicino al passaggio a nord ovest dove tutto logora ed il destino sta in agguato concorrentemente.

No, non sono uno script di scrittura automatica ma una cosa del genere, un cervello non irritato che sta facendo una prova che poi vuole pure postare in bella vista sul web. Io sono io e nessun altro e per questo mi ritrovo ad essere qui e non altrove. Raggiungo vette di sublimità accessoria riducendo questa pagina ad uno sberleffo di continua inazione e senza parere trovo da bere in ogni angolo acuto evitando gli ottusi che, tanto per fare una falsa rima, sono non poco pelosi.

Mi dispiace per i fessi che non sanno girare ma il mondo, anche quello molto vicino, è pieno di grandi soddisfazioni anche per piccolissimi borghesi (morto il comunismo, logicamente impossibile, ne resta la sociologia spicciola che è più che adeguata per farci capire). Io, tanto per parlare ancora di me, non rimpiango le ciabatte della povera nonna ma il suo ardire e la furbizia e la dovizia di pettegolezzi. Una persona in gamba si giudica da quanto non lascia e lei, poveretta, ha lasciato ben poco se non quattro mura sgangherate e un cesso all’aperto. Ma divago ondivago senza una meta: la metafora del viaggio fa rima con Villaggio (Paolo) il più grande poeta del peto, figura carismatica di un passato ormai vivente, mai assente e comunque impotente.

Chi ci prova a rompere le uova non ha vita davanti, solo salami e pancetta con cui accudire la frittata — a me basta l’insalata, ho la panza e non ho sostanza. Credo di aver di già esaurito la mia riserva di conoscenza con questi aggettivi metaforici senza costrutto, mi mancherebbe la quantistica  e la ginnastica ma però devo lasciare un argomento per più avanti, per il giorno dei Santi perché se scrivo tutto adesso poi divento lesso e non cucino più nulla sino alla nuova culla.

Questa più che una prosa sarebbe una poesia, senza volizione, solo partecipazione e una scrittura fusa con però una Musa di cui si ignora il nome per ignoranza temporanea (un buon dizionario dei Miti potrebbe risollevarmi ma non ho tempo, devo guardare avanti e senza occhiali come faccio che li ho perduti chissà dove?). La mia efficacia nel volere è pari al trampoliere accovacciato nel schivare la bambagia inacidita che scivola tra le dita: un esercito di stilemi e grafemi e brutte cose inestetiche, questo è il mio patetico programma, senza mamma e sposa e morosa — per non tradire la mia Musa!

Ma andiamo avanti prima di Ognissanti che va bene per la rima ma non c’entra un accidente col dolce fare niente di quest’ora a cui incallito meno il dito contro la società di merda che è quel che è cioè il totus incorruptibilis e via avanti a caccia di zanzare, quelle porche senza pudore attirate dal sudore. Direi che una paginetta ci siamo, fa male continuare, meglio controllare l’ortografia e poi via verso delitti sconosciuti e che Dio non c’aiuti!

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